Inner Landscapes

Paula Cortazar, Benjamin Degen, Alexandra Karakashian, Michele Mathison

 

a cura di Marina Dacci

13 novembre - 21 dicembre 2019

Galleria Anna Marra è lieta di presentare Inner Landscapes, una mostra a cura di Marina Dacci sul tema del “viaggio”: sociale, politico, culturale, intimo.

La mostra si apre a un fertile dialogo tra la pittura e il disegno di Benjamin Degen (USA), le sculture di Paula Cortazar (Messico) e Michele Mathison (Sud Africa), e le installazioni pittoriche di Alexandra Karakashian (Sud Africa), per sollecitare riflessioni e personali visioni su ciò che oggi significa attraversare, esplorare diversi spazi geografici e culturali.

 

Il fil rouge della mostra sono le opere su carta e i dipinti di Benjamin Degen: un percorso di sconfinamento geografico e di migrazione, in cui l’artista esplora il movimento del corpo nel paesaggio, e in cui è evidente la tensione, la fatica e l’incertezza dell’approdo, espressi in modo quasi allucinatorio, in bilico tra degenerazione e redenzione. I suoi piedi, le sue mani, i suoi corpi trasmettono la vorticosità e la forza di un'energia fisica e psichica in movimento: camminano, calpestano terra e acqua, si alzano per superare muri e barriere. Un universo in cui Degen indaga e sperimenta la fluidità del corpo e del segno che spinge per uscire dallo spazio compresso della tela. La sua pittura è vibrante come la complessità stessa della realtà; la palette è composta apparentemente da colori "anti-realistici", il segno è rotto, marcato, le linee tratteggiate, a volte labirintiche. La composizione diventa uno spazio fluido, un meta-cosmo in cui in cui elementi sovrapposti, umani e naturali, si riflettono gli uni negli altri, generando geografie indefinite dell’immagine. Nelle opere su carta, presentate come capitoli della sua narrazione, si inscrive una parola asciugata, che diventa un titolo aperto di ogni stazione di un viaggio erratico.

 

La presenza degli altri artisti sul tema del viaggio, del cammino, punteggia e richiama molteplici orizzonti di sguardo; sottolinea ciò che abbiamo perso e ciò che abbiamo potuto preservare; apre una riflessione su diverse possibilità di rendere intelligibile il mondo in cui viviamo, da cui proveniamo e verso cui muoveremo, e sul nostro "stare nel mondo".

Michele Mathison impiega oggetti e materiali duri e implasmabili - come il granito, il ferro, l’acciaio - che inscrive nelle sue sculture totemiche, spesso organiche, restituendo una loro narrativa interna. Tutti questi elementi sono correlati a una comunità profondamente legata al lavoro, in particolare alla coltivazione della terra madre; una comunità come corpo vivente, centro di esperienze concretamente vissute, espressione diretta della sua identità.

Alexandra Karakashian, nelle tracce cupe e liricamente luttuose delle sue bandiere ammainate / gambe in pellegrinaggio, evoca i luoghi da cui si proviene e a cui si approda; territori da abbandonare o preservare: sofferenti, sfruttati o violentati, ma che, nella prospettiva ambivalente della sua opera, restituiscono all’identità il suo carattere dinamico. L’essenzialità della sua palette, la vibrazione del segno su supporti plasmabili per la pittura, sono elementi centripeti per lo sguardo.

Paula Cortazar esplora territori osservando come gli elementi naturali - l’acqua, il vento, il tempo, la siccità - creino rughe di energia nei luoghi e li modifichino costantemente. L’artista lavora sull’energia presente in natura per poi codificarla e inciderla sulle superfici di rocce, legni o su carte. Il segno, l’impronta nei suoi lavori richiama spesso i flussi vitali che scorrono nel nostro corpo, creando un ponte, una lingua comune tra uomo e ambiente. Nella consapevolezza di essere parte del tutto, portatori di una stessa energia, le sue sono opere di speranza che ci riconciliano con l’accettazione di un costante cambiamento.

 

In tutte queste opere il corpo senziente dell'artista diviene corpo cosciente: abbraccia la terra che percorre viaggiando all’unisono con lei; l’una diviene matrice e nutrice dell’altra, in un percorso denso di memorie, spaesamenti, senso di instabilità interiore, presa di rischio e tensione utopica verso un possibile futuro sostenibile che ricongiunga e ci riconnetta idealmente a lei e a noi stessi.

Dunque, una mostra su un viaggio sociale, culturale ed esistenziale, inteso come un crocevia in cui il presente dei passaggi e dei materiali si mescola al passato dei ricordi, della memoria, e alle incertezze del prossimo futuro. Un viaggio che genera perdite e rimpianti, ma anche visioni, aspettative.

Una cartografia della coscienza, quindi, oltre a una cartografia dei luoghi.

 

La mostra, accompagnata da un catalogo edito Gangemi Editore con testo di Marina Dacci e contributi degli artisti, rimarrà aperta fino al 21 dicembre 2019.

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